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XXV Edizione Presepi – Sez. Pietro Gallo di Padula

Tra i tanti capolavori, la natività nell’antica badia di S. Nicola Al Torone

XXV Edizione Presepi – Sez. Pietro Gallo di Padula

Natività nella badia benedettina di San Nicola al Torone   ( Xl sec. )

Sui monti opposti alla riva del levante del torrente Fabbricato, che un tempo alimentava molini e gualchiere, a mezza costa sono le rovine della badia benedettina di San Nicola al Torone, oltre la quale più al sommo rimangono gli avanzi delle mura della Civita, ove sorse l’antica Consilinum “ ; così scriveva ne  “ La Certosa di Padula” mons. Antonio Sacco ( in base ai suoi disegni, rilievi e descrizione  dei ruderi all’inizio del ‘900 oltre che ad alcune foto risalenti al periodo 1960-1978  è stato costruito il manufatto in mostra). 

Il monastero fu dato in dono nel 1086 insieme ad altri beni del territorio da Ugo d’Avena all’abate di Cava. Se l’origine è certa, oscura ne è la vita. Sicuramente visse un periodo di pregevole attività, di cui era testimonianza il campanile , bellissima espressione dell’arte romanica. La pianta generale, rilevabile dalle mura che ancora rimanevano negli anni ‘70 del secolo scorso, dopo aver sofferto l’inclemenza del tempo ed i danni del terremoto del 1857, dice che la torre campanaria,  a pianta quadrata e con tre piani, era posta a fianco della chiesa secondo le regole dell’architettura romanica ed aveva le finestre bifore ed archetti a pieno centro divise da una colonnina terminante con un capitello con foglie trilobate e con testine. L’altra parte dell’edificio era la chiesa a forma rettangolare, i cui lati lunghi erano il doppio di quelli corti; l’accesso era dal cortile e presentava un altare in pietra abbastanza  isolato , una nicchia a forma di conchiglia con la statua in gesso di San Nicola in mezzo a due angeli e lacerti sparsi di pitture parietali del tutto illeggibili. L’intero edificio era preceduto da un cortile, chiuso sul davanti da un muro di cinta. Nel mezzo della parete sinistra era addossata una fontana costruita in pietra e mattoni degna di nota per “ la presenza di una pietra ornamentale  messa a far da bocca, da cui usciva l’acqua, che si raccoglieva in una vaschetta sottostante. Quella scultura raffigurava una testa di donna velata, collocata entro un archetto a pieno centro sotto i lati del pentagono che si incontravano ad angolo a guisa di frontoncino”; la pietra sicuramente era stata rinvenuta tra le rovine della distrutta “Cosilinum“ : così scolpita, un tempo ornamento di un sepolcro e poi tornata alla vita per dissetare i monaci Celestini e per introdurre una voce nella casa del silenzio, essa è definitivamente ritornata alla morte o perché già asportata da mani avide di reperti o perché precipitata , come tutti i ruderi della badia, a seguito del terremoto del 1980 nella sottostante cava di arenaria . Di rimpetto alla porta d’ingresso al cortile vi erano le abitazioni dei monaci; lungo il muro comune si vedevano ancora i resti delle canne fumarie e delle finestre, che, insieme ad una ampia terrazza, guardavano giù nella valle sottostante con uno splendido panorama, che unito a quello dei monti circostanti, invitava certo alla meditazione, allo studio, alla preghiera. La porta esterna ( prima ingresso della chiesa e poi del cortile)  fu l’ultima opera fatta nel 1400 dai monaci: era l’espressione più rilevante dell’arte rinascimentale nella badia : “  … consisteva solo degli stipiti e dell’architrave, su cui s’impostava la cornice architettonica senza fregio. La porta era resa pregevole per le bellissime mensole che legavano negli angoli ….gli stipiti con l’architrave. Ogni mensola era composta da una volùta, ornata di rosetta nell’occhio dei due cartocci della fronte. Sotto la volùta  s’incurvava una foglia d’acanto”.

Il monastero agli inizi del ‘500, dopo il periodo di splendore, ormai in decadimento, divenne commenda di chierici secolari, neppure particolarmente attenti, tanto che i monaci della vicina Certosa ne chiesero  ed ottennero l’incorporazione ( con bolle papali  13/4 e 12/11 1538,  a seguito della resignazione  del commendatario Giovanni del Balsamo di Padula in mano a Pio lll ), per ospitarvi i confratelli cui fosse dannoso il clima della valle, con oneri ben determinati: restaurare le fabbriche malandate, far rivivere il culto ed esercitarlo con decoro.  Nei già citati anni ’70 del secolo scorso , i rovi e gli sterpi si aggrovigliavano attorno alle pietre cadute dell’edificio, quasi a simbolico abbraccio con il materiale che un giorno fu mezzo di espressione di vita, di spiritualità , d’Arte. Infine, oggi solo il bianco della parete della collina, a precipizio!

Natale, 2019                                                                                                                                  A.M. Tufano

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