La storia del cimitero di Padula dal 1817 al 1841

© Di Miguel Enrique Sormani

I parte – L’emergenza e la costruzione del <<cimitero provvisorio>> di Padula nel 1817-18.

II parte – Ritardi, mancanza di fondi ed i nuovi lavori per la strada che dal Torno portava al cimitero (1820-1837)

III parte – L’incubo del colera ed il ripristino del cimitero: una nuova emergenza ed i contrasti sociali (1837)

IV parte – L’apertura del cimitero, i primi incarichi e la suggellazione definitiva delle sepolture che si trovavano nelle Chiese e Cappelle gentilizie. (1838-1839)

V parte – Nuove perizie, conclusioni dei lavori e le prime Cappelle di famiglia costruite nel Camposanto. (1839-1841)

Premessa

Con il  Décret Impérial sur les Sépultures emanato da Napoleone il 12 giugno 1804, conosciuto come l’editto di Saint-Cloud, si stabilì che le tombe di tutti i morti non potevano più essere sepolte all’interno delle mura cittadine ma al di fuori, in luoghi arieggiati e soleggiati posti a debita distanza dall’abitato. L’intento principale fu quello di porre un rimedio alle pessime condizioni igienico-sanitarie che minacciavano la salute pubblica, a cui si accompagnò la motivazione politico-ideologica di rendere le tombe dei morti tutte uguali, senza più discriminazioni. L’editto fu esteso al Regno d’Italia nel 1806, mentre si dovette attendere fino all’11 marzo 1817 per avere una legge specifica sulla costruzione dei cimiteri nel Regno di Napoli.

Fonti utilizzate: Delibere decurionali del Comune di Padula dal 1815 al 1840.

Per un’ulteriore approfondimento sui materiali utilizzati o per reperire altre informazioni sui personaggi citati nella storia raccontata, contattare l’autore al seguente indirizzo email: storiapadula@gmail.com

I^ parte

L’emergenza e la costruzione del <<cimitero provvisorio>> di Padula nel 1817-18.

Nel 1817 Padula contava una popolazione di circa 8000 abitanti, amministrati da una ventina di persone provenienti per lo più dalle classi più agiate del paese. Dopo un breve periodo di incertezza, dovuto probabilmente alla forte crisi economica che colpì il Regno di Napoli e ai cambiamenti che si ebbero negli assetti amministrativi ripristinati con il ritorno dei Borbone, nel mese di luglio 1817 l’Intendente di Salerno nominò Raffaele Cavoli (o Caolo) come nuovo sindaco del paese, mentre il 1° e 2° Eletto (una sorte di vice sindaco) furono Ignazio Coppola e Michele Tepedino. Pochi giorni dopo aver ricevuto il mandato, Cavoli e gli altri amministratori si preoccuparono di trovare il luogo adatto per poter porre le basi del <<cimitero provvisorio>>, di cui la popolazione aveva assolutamente bisogno visto il momento emergenziale. 

Fin dal mese di settembre 1816 una violenta epidemia di “febbre petecchiale” aveva colpito gran parte dei cittadini e, nonostante gli sforzi fatti per arginarne gli effetti devastanti, dopo circa un anno imperversava ancora e continuava a mietere vittime. Per curare i malati gli amministratori avevano chiamato i “dottori” Ignazio Coppola e Amabile Capozzoli, quest’ultimo in particolare, già medico condotto del Comune dal 1815, fu incaricato delle vaccinazioni perché era <<benemerito>> della materia e faceva parte del Comitato Distrettuale (una sorte di Ordine dei medici del Distretto di Sala).

I due medici comunali si impegnarono <<con tutta la loro attenzione, sfidando qualunque pericolo e affrontando il più penoso travaglio>>, cosa che fecero anche i “dottori” Pasquale Gallo, Felice Romano, Pasquale Sarli, Giuseppe Castelnau ed altri, tutti in prima linea per dare le cure necessarie alla popolazione. Ma, nonostante i loro sforzi, dall’inizio dell’anno e fino ai primi giorni del mese di agosto 1817 morirono circa 400 persone, per lo più bambini, adolescenti ed anziani appartenenti a famiglie di poveri contadini o braccianti agricoli che vivevano alla giornata e nelle più misere condizioni igienico-sanitarie. 

Una situazione d’emergenza visto il numero elevato di decessi e, di conseguenza, della mancanza di luoghi adatti dove seppellirli, a cui gli amministratori di Padula cercarono di porre rimedio nella “seduta straordinaria” del Collegio decurionale del 29 luglio 1817 che si tenne nei locali dell’ex Convento dei Padri Agostiniani. Quel giorno il sindaco Raffaele Cavoli lesse le direttive emanate nel mese di marzo dalla nuova legge sulla costruzione dei cimiteri e nominò due “Deputati” che, con la sua supervisione, <<dovevano coadiuvare il medico e l’architetto nelle operazioni in esse stabilite>>. Don Mattia Coppola e Don Domenico La Galla furono i “decurioni” prescelti, mentre l’architetto designato a sviluppare il progetto fu Don Vincenzo Sasso.

Tutti quei morti dovevano essere seppelliti al più presto, ma non c’erano ancora le condizioni per allestire un luogo al di fuori dell’abitato adibito a tale scopo e, di conseguenza, si continuarono a gestire le sepolture come negli anni precedenti: i nobili e gli esponenti delle famiglie benestanti tumulati nelle chiese e cappelle gentilizie, mentre i corpi della gente più povera, tra cui molti deceduti nei locali dell’Ospedale dell’Annunziata adibito fin dalla sua fondazione a soccorrere i pellegrini e le persone più miserabili, furono ammassati nelle chiese per poi trovare sepoltura in fosse comuni. Oltre ai morti padulesi si contarono anche molti decessi di <<mendicanti>>, originari per lo più dei Comuni di Torre Orsaia, Tortorella, Lauria, Santa Marina, Monte San Giacomo e Buonabitacolo, qualcuno dei quali morì per le stradine di Padula o in casa di qualcuno che si era mosso a compassione.

Vista la situazione il sindaco chiese all’architetto di sviluppare la sua perizia in breve tempo, così si potevano subito trovare i fondi necessari e stabilire l’inizio dei lavori. Il 26 agosto 1817 la perizia fu presentata al decurionato e prevedeva un costo complessivo di 1.096,35 Ducati. Spesa che che fu approvata dal Segretario di Stato e Ministro degli affari interni il 18 maggio 1818. Nel frattempo l’epidemia aveva continuato a mietere vittime fino al mese di novembre, colpendo i due terzi della popolazione e causando altri 300 morti che, uniti a quelli già deceduti dall’inizio dell’anno, facevano salire il conto a circa 800. Un dato impressionante, se paragonato a quello dei decessi degli anni precedenti e dei successivi. Nel 1815, ad esempio, c’erano stati 90 decessi e il numero salì a 153 l’anno dopo a causa della crisi e delle febbri che colpirono la popolazione fin dal mese di novembre. La situazione cambiò radicalmente nel 1817, quando si registrarono in tutto 704 morti, gran parte dei quali morti nell’arco di 4/5 mesi. Nel 1818, invece, si registrarono 113 morti.

La decisione sul luogo adatto era stata presa, il calcolo del costo complessivo era stato valutato ed approvato, mancava soltanto l’Appaltatore dell’opera per poter iniziare i lavori. Fu il salernitano Don Giovanni Barba ad aggiudicarsi “l’appalto” e a stipulare l‘accordo con gli amministratori del Comune, che prevedeva un acconto di 900 Ducati al momento dell’allestimento delle <<fabbriche che dovevano servire per la costruzione del cimitero>> ed il restante a fine lavori. La data di chiusura della realizzazione dell’opera fu stabilita per il 1820, specificata chiaramente anche nella legge dell’11 marzo. 

Dopo aver assoldato manodopera locale sia per allestire le strutture in legno che dovevano servire alla costruzione delle mura che per prelevare il materiale occorrente dalle montagne vicine e, forse, anche dai resti della vecchia città romana di Cosilinum, dall’estate del 1818 l’appaltatore diede  inizio ai lavori, ponendo le prime basi di quello che nel tempo diventerà il cimitero di Padula come lo conosciamo oggi. Ma l’emergenza di quel momento particolare diede soltanto l’avvio al progetto, che nel tempo andò sempre più a rilento a causa dell’appaltatore e, forse, di altre cause esterne, determinando un ritardo di più di 20 anni rispetto alle aspettative iniziali.

Ricerche Storiche di: Sormani Miguel Enrique

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II parte

Ritardi, mancanza di fondi ed i nuovi lavori per la strada che dal Torno portava al cimitero (1820-1837)

Nonostante l’emergenza, i lavori per la costruzione del cimitero provvisorio di Padula iniziarono a rilento. Ci volle sicuramente tempo per allestire le strutture in legno e recuperare fondi ed il materiale occorrente, ma furono soprattutto le scarse capacità operative dell’appaltatore a far allungare i tempi e, forse, anche un qualche boicottaggio da parte di una buona fetta di società padulese rimasta ancorata alle antiche tradizioni. 

Don Giovanni Barba, l’imprenditore dell’opera, pochi mesi dopo aver incontrato gli amministratori di Padula per stipulare gli accordi, nominò un tal Pietro Contursi di Salerno come suo rappresentante nella gestione dei lavori. Questo generò ritardi sia nella gestione che nei vari passaggi burocratici da seguire, ma pare che per il sindaco e gli altri decurioni non fu tra le priorità da sottoporre al Sotto-Intendente di Sala. Dal 3 maggio 1818, giorno della nomina dei “Deputati” che dovevano <<assistere alla costruzione del nuovo cimitero>>, nessun’altra seduta fu convocata per verificare l’andamento dei lavori e, di conseguenza, la data stabilita per concluderli non fu rispettata. Neppure le autorità distrettuali e provinciali fecero pressioni per far rispettare i tempi, segno che il ministero degli affari Interni stava valutando alcune modifiche alla legge dell’11 marzo 1817 viste le opposizioni dei Vescovi e la ritrosia di molti Comuni nel portare avanti i lavori.

Soltanto il 4 luglio 1824, in una seduta “ordinaria”, il decurionato di Padula tornò a riunirsi per leggere <<una lettera del Signor Intendente della Provincia>> che riportava gli ordini di <<Sua Maestà>> in merito ai <<camposanti>>. La missiva, inviata da Salerno il 3 aprile, notificava di <<lasciare ad arbitrio dei Comuni>> la gestione dei cimiteri, ma bisognava indicare lo stato dei lavori già iniziati e se si voleva <<tenerli per semplice inumazione o se costruirli per le tumulazioni>>. Pertanto, si chiese una presa di posizione agli amministratori con un atto formale. Il decurionato nominò Don Vincenzo Tepedino per recuperare le carte e verificare <<quanto esisteva>>, subito dopo aver deliberato di voler mantenere il cimitero soltanto per le inumazioni dei corpi e non per le tumulazioni, motivando tale decisione con la mancanza di fondi per <<condurre a fine l’opera>> e per non <<poter gravare ancora i cittadini di altri pesi>>. 

I tempi si allungarono ancora ed il Governo dovette emanare un nuovo decreto il 12 dicembre 1828, che si rifaceva alla legge dell’11 marzo 1817 e stabiliva la ripresa dei lavori ed una nuova data per la conclusione degli stessi. Anche a Padula arrivò l’ordine da parte del Sotto Intendente di Sala, che fece convocare “straordinariamente” gli amministratori per il giorno 15 novembre 1830. Trovare i fondi per sostenere la costruzione dell’opera  era il problema principale, senza contare che il rapporto con l’appaltatore e la sua gestione furono messi in discussione durante l’incontro.

Visionata la perizia dell’architetto Vincenzo Sasso del 26 agosto 1817 e controllata la contabilità degli anni precedenti, da cui si evinceva che l’appaltatore aveva ricevuto i 900 Ducati d’acconto, il sindaco Felice Romano valutò i lavori fatti fino a quel momento e considerò che non erano stati eseguiti alla perfezione. Nel verbale della seduta, infatti, fece scrivere che <<l’opera finora eseguita non coincide affatto alla somma di 900 ducati introitate dall’Esattore in parola, come dal Giudizio formato da questa Deputazione Comunale>>. Quindi, con tutto il decurionato a suo favore, chiese che l’Intendente richiamasse l’Appaltatore <<al compimento delle obbligazioni contratte negli atti di appalto, che si conservavano negli archivi del Segretariato del Consiglio di Salerno>>, ma anche che <<prima di ogni cosa>> doveva rendere l’opera esistente valida e paragonabile alla somma di 900 ducati già spesi, che l’appaltatore aveva intascato oramai da tempo. 

Per quanto riguardava la restante somma da pagare, cioè i 196,35 ducati, il decurionato pensò di aumentare la tassa comunale sul dazio di consumo. Soldi che dovevano servire, oltre che per completare la costruzione delle mura di cinta e di tutto ciò che occorreva in base alle varie direttive emanate, anche per la <<costruzione del tratto di strada rotabile che doveva condurre dall’abitato al camposanto>>, per la cui realizzazione, stando alla perizia dell’architetto comunale, si prevedeva un costo aggiuntivo che si aggirava intorno ai 300 ducati. 

La spesa per la realizzazione della strada che dal rione Torno doveva portare al cimitero, sommata alle tante altre uscite che il Comune doveva garantire alle casse del Trono ogni anno, a cui si unì la richiesta di un forte contributo, non solo economico, per mantenere e supportare l’occupazione dell’esercito austriaco chiamato dai Borbone nel 1821 per sopprimere la costituzione. Questo causò altri ritardi nella realizzazione dell’opera progettata nel 1817, tanto che a distanza di circa 20 anni, il 20 febbraio 1837, il Sotto Intendente di Sala comunicò di nuovo al sindaco le <<Superiori disposizioni>> in merito al completamento del cimitero di Padula. Il decurionato, in pratica, fu richiamato ad assumersi la responsabilità di trovare i fondi e portare a termine i lavori, ma questa volta gli amministratori stabilirono che per <<compiere e costruire la parte accessibile da carrette occorreva una enorme spesa, essendo tale edificio stabilito in luogo distante dal paese>>. Constatarono, inoltre, <<che non vi era il fondo per attendere all’opera se non con il provare la popolazione con nuove imposte>>, pertanto deliberarono <<di non poter assolutamente in questo anno sopportare la spesa in parola>>.

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III parte 

L’incubo del colera ed il ripristino del cimitero: una nuova emergenza ed i contrasti sociali (1837)

Nel 1836 una profonda crisi economica colpì il Regno di Napoli. Le immediate conseguenze si registrarono a Napoli già dal mese di ottobre, quando furono accertati i primi casi di morte a causa del colera. Il contagio ebbe il suo picco più alto nei mesi primaverili ed estivi del 1837, quando si contarono migliaia di morti, soprattutto nella città di Napoli, in gran parte provenienti dalle classi sociali più povere ed esposte al contagio.

Con l’arrivo della primavera anche Padula non fu risparmiata dal micidiale morbo <<asiatico>>, che dal mese di maggio in poi causò più di 300 vittime. Le statistiche dei decessi riportano un dato di  204 persone  morte  da maggio ad agosto, mentre altre 100 furono sepolte nei restanti quattro mesi. Quasi il doppio rispetto all’anno precedente, quando se ne registrarono 158 (numero che coincide con quello dei morti del 1838).

Anno

Nati

Morti

Matrimoni

1836

277

158

61

1837

246

343

60

1838

233

159

67

Dati statistici ripresi dai registri dello Stato Civile.

 La maggior parte della popolazione, però, non capiva l’origine di quell’epidemia ed iniziò a circolare voce che fosse provocata da ignoti, che gettavano veleno nelle acque e sui vegetali. In paese si respirava aria di guerra civile, tanto che nei primi giorni del mese d’agosto la folla inferocita arrivò persino all’uccisione di <<tre infelici, fatti segno di ira del popolo che in essi aveva creduto scorgere non so quali untori>>. (dal testo del sacerdote Arcangelo Rotunno, “Fata e fatariello”). Si trattava di Gaetano Volpe, Gaetano Di Stefano e Matteo Buonomo, registrati nel Registro dei morti di quell’anno su un foglio separato rispetto all’elenco generale, che riportava l’intestazione “Lista dei morti non dichiarati nella ricorrenza del Colera nel 1837”. Alla sommossa popolare scampò Don Giovanni Capozzoli, anch’ egli aggredito ed accusato di essere tra quelli che stavano avvelenando le acque delle fontane pubbliche. Ma questa è un’altra storia, che spero di poter approfondire e raccontare in un altro momento.

Nonostante la mancanza di fondi e le chiare affermazioni fatte nel mese di febbraio dal sindaco Felice Romano e data l’emergenza si dovette <<mettere in uso il camposanto>>, nonostante fosse cinto da un solo muro che non era ancora stato completato. Mancavano alcuni spezzoni del muro di cinta in varie parti del suo perimetro, come anche la porta d’ingresso che <<non era stata ancora stata istallata>>. Tutti <<questi accomodi>>, come si disse durante la seduta decurionale del 12 dicembre 1837, dovevano essere fatti al più presto per l’ urgenza dovuta <<all’improvvisa invasione del colera>>, quindi si decise di incaricare alcuni muratori di Padula che, anticipando le spese, dovettero realizzare al meglio e velocemente i lavori.

A ristrutturare il cimitero furono gli operai chiamati dai <<Mastri>> Vicenzo Arato e Ottavio Forte, che lavorarono in prima persona e supervisionarono il gruppo di lavoro, mentre il falegname che costruì la porta di legno per l’ingresso fu Mastro Luigi Grosso. I lavori furono fatti in tempo record e gli operai, passata la minaccia del colera, nei primi mesi del nuovo anno vollero essere pagati. La loro richiesta fu vagliata e, dopo aver verificato i lavori svolti, si decise di ricompensarli con la somma di 31 Ducati e 20 grana. 

Tutte le spese accorse durante quei mesi furono discusse, verificate e giustificate al Sotto Intendente nel mese di gennaio 1838. Il sindaco, a tal proposito, volle far stilare uno statino dettagliato, proponendo poi ai decurioni di trovare un fondo da cui prendere i soldi per ripianare le spese saldate. In tutto furono spesi 96 Ducati, utilizzati soprattutto per l’inumazione dei cadaveri. 

Anche questa volta fu un evento emergenziale a far attivare gli amministratori e a permettere un leggero avanzamento nei lavori, ma la classificazione del cimitero di Padula continuava ad essere quella di una struttura <<provvisoria>>, che soltanto l’anno dopo fu ufficialmente inaugurata con un atto formale del decurionato.

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IV parte

L’apertura del cimitero, i primi incarichi e la suggellazione definitiva delle sepolture che si trovavano nelle Chiese e Cappelle gentilizie. (1838-1839)

Il 28 novembre 1838 sulla scrivania del sindaco Padula arrivarono le <<Sovrane disposizioni>> comunicate dall’Intendente di Salerno. In esse si prescriveva di rendere agibile al più presto il cimitero, soprattutto perché l’esperienza vissuta l’anno prima aveva insegnato che era un problema da rivolvere con urgenza per non aggravare ancora di più le condizioni igienico-sanitarie della popolazione. Dopo più di un mese, il 15 gennaio 1839, il sindaco Felice Romano convocò il Decurionato per adempiere all’ordine superiore, facendo presente in modo perentorio ciò che era contenuto nell’articolo n°5 della legge dell’11 marzo 1817.

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Tutte le sepolture esistenti saranno allora indistintamente colmate e chiuse a modo che non possano mai più aprirsi.

Questa operazione sarà eseguita a diligenza del sindaco e degli eletti, in loro presenza e sotto la loro responsabilità. Essi ne formeranno un atto, che faranno pubblicare nel comune nelle forme conosciute, e di cui copia, con il certificato della seguita pubblicazione, a cura del sindaco, sarà depositata nell’archivio comunale, ed un’altra in quello dell’Intendenza>>.

Subito dopo Romano propose  il luogo che doveva <<servire provvisoriamente per camposanto, non essendo completo quello permanente>> e, visto che era espressamente proibito seppellire i cadaveri nell’abitato, per fare economia di spesa ritenne di utilizzare i terreni che si trovavano all’interno dello stesso cimitero permanente, che, stando al progetto e all’avanzamento dei lavori, doveva essere ultimato al più presto.

Per mettere in <<attività il Camposanto>>, lo stesso giorno il sindaco propose di nominare Francesco Antonio Palmieri come primo custode del cimitero di Padula, a cui fu affidato il compito di vigilare il perimetro della struttura e la responsabilità dello scavo delle fosse e del seppellimento dei cadaveri, nonché del trasporto delle salme dalle Cappelle di deposito fino al cimitero. (le Cappelle erano quelle di San Pietro Petroselli e San Marco). Inoltre, doveva anche curare la compilazione esatta del Registro delle persone che venivano seppellite e pagare di tasca propria in caso avesse chiamato qualcuno per avere un supporto nel lavoro da svolgere, tutto per un compenso annuale che veniva stabilito dal decurionato in base ai fondi disponibili.

Approvata la scelta del luogo e nominato il custode, una delegazione di decurioni con a capo il sindaco uscirono dalla sala per assistere personalmente alla suggellazione delle sepolture avvenute fino a quel momento, in particolare quelle presenti nelle Chiese e nelle Cappelle gentilizie di cui molte famiglie benestanti possedevano il patronato. In tutto se ne contarono 143, sigillate con il gesso dai due operai Francesco Saverio Notaroberto ed Antonio Cariello. Per arginare la possibilità di nuove epidemie fu un lavoro provvisorio e fatto in fretta, su cui gli amministratori dovettero tornare a discutere per trovare il modo di <<colmare e suggellare>> meglio quelle sepolture.

L’atto ufficiale di apertura del cimitero era stato stilato, ma i lavori della struttura non erano del tutto ultimati e non era stata risolta neppure la questione delle vecchie e delle nuove sepolture. Tutto ciò fu affrontato nei mesi successivi da una Commissione nominata appositamente in seno al Decurionato, che fu incaricata di valutare sia le spese per i lavori da fare che i compensi da riconoscere al custode e ai becchini. 

Le condizioni stabilite, in accordo con questi ultimi il 15 gennaio 1839, cambiarono esattamente due mesi dopo, quando si discusse sia del compenso da dare al “Custode” Palmieri, valutato in 24 ducati l’anno, sia della nomina dei 4 becchini, che fino a quel momento risultavano <<provvisori>>. Questi ultimi erano Domenico Albano, Michele di Roma, Michele Marsicano e Angelo Cariello (figlio del fu Feliciano), nominati perché <<forniti delle qualità richieste dall’Istruzione inviata dall’Intendente>>. Sembra che i quattro non vollero accordarsi per una cifra minore di 15 Ducati l’anno, in particolare perché tennero a precisare che il cimitero fosse lontano dal centro abitato e che la cittadina di Padula era arrivata a contare circa 10.000 abitanti.

L’altra questione rimasta in sospeso era quella della suggellazione delle sepolture nelle chiese e nelle cappelle gentilizie ed a riguardo la Commissione stabilì che occorrevano 1430 ducati (98 ducati per ogni sepoltura) per il trasporto delle pietre, della terra e del gesso.  Il Comune però non aveva nelle sue disponibilità tale importo e decise di gravarli sul “Reverendo Clero”, che era possessore delle chiese, ma anche sulle famiglie che risultavano essere proprietarie delle sepolture nelle chiese gentilizie. Finché ciò non avveniva, disse il Sindaco, <<può star bene la suggellazione a gesso fatta il 15 gennaio ultimo>>. ( il Clero e le famiglie pagarono 84 Ducati su 1430).

Per i lavori che dovevano permettere di allestire le nuove sepolture nel Camposanto, invece, la spesa ammontava a 13 Ducati e 68 carlini. Ma gli amministratori verificarono che il prezzo del materiale acquistato era più basso, quindi decisero di stanziare soltanto 10 Ducati.

Intanto, c’era anche bisogno di individuare un luogo adatto in paese da utilizzare come deposito dei cadaveri, che poi dovevano essere inumati al cimitero. All’inizio del 1839 le Cappelle di deposito erano quelle di San Pietro Petroselli e San Marco, ma poi si scelse la chiesa di San Giovanni, perché considerata più centrale ed adatta <<a prestare gli estremi ossequi ai cadaveri>>, nonché la più vicina al camposanto. In aggiunta, il Sindaco propose di istituire un piccolo fondo per l’acquisto dell’olio necessario alle lanterne che dovevano servire per il trasporto notturno dei cadaveri, trovando concorde il Decurionato, che decise di stanziare una somma di 23 carlini all’anno anche per i becchini.

IV parte

Nuove perizie, conclusioni dei lavori e le prime Cappelle di famiglia costruite nel Camposanto. (1839-1841)

Stabiliti gli incarichi, i compensi ed anche l’obbligo che da quel momento in poi tutti i morti dovessero essere trasportati in orario notturno dalla chiesa di San Giovanni al “camposanto provvisorio”, fu affrontato anche il problema della conclusione dei lavori per rendere finalmente permanente lo stato della struttura. Tra la primavera e l’estate del 1839 il Sotto Intendente di Sala  inviò due “uffizi” al decurionato padulese ossia disposizioni inerenti le condizioni da richiedere per l’esecuzione dell’appalto. Gli amministratori del Comune, che intanto avevano accolto la nomina del nuovo sindaco Giovanni Radice in sostituzione del medico Romano, visti i verbali delle sedute precedenti e lo stato di variazione dell’esercizio finanziario di quell’anno, il 22 settembre 1839 deliberarono di stilare otto clausole, da allegare alla perizia che doveva essere effettuata dall’agrimensore Domenico Finamore.  Quest’ultima doveva evidenziare in modo chiaro il fatto che ci fosse bisogno di un monitoraggio nelle varie fasi di realizzazione dell’opera prevedendo un controllo sul materiale utilizzato ed una supervisione ed un collaudo finale da parte del Comune. Inoltre, veniva chiaramente esplicitata la conclusione dei lavori entro la fine dell’anno 1840 ed anche menzionata la modalità di pagamento delle rate in base allo stato di avanzamento  dei lavori.

Le clausole poste alla perizia nella seduta del 22 settembre 1839 furono le seguenti:

  1. La costruzione delle fabbriche e tutto quello che serviva, in base alla perizia, deve farsi per appalto, e sotto la vigilanza dei due decurioni incaricati, cioè Domenico Finamore e Michele di Stefano.
  2. I lavori devono essere completati sotto tutti i rapporti al cadere del mese di maggio del 1840.
  3. Prima di eseguire la consegna delle opere costruite, le stesse dovevano essere regolarmente verificate, dopo di che avrà luogo la consegna delle opere.
  4. Colui che prenderà l’appalto deve esibire una nota personale che lo garantisca e che dia le garanzie dei termini di consegna delle opere, del materiale usato e di quant’altro poteva servire.
  5. I pagamenti dovevano avvenire in 5 rate uguali. La 1 risultava essere l’anticipo, dalla seconda alla quinta dovevano essere espletate dopo la realizzazione della 5° parte del lavoro. L’ultima rata sarebbe stata espletata dopo la conclusione dell’opera e l’approvazione superiore.
  6. Nessun pagamento avrà luogo, tranne la prima rata di anticipo, se prima non si faceva lo scandaglio con regolare verifica, che dovevano essere approvate dagli organi superiori.
  7. Tutte le spese che sarebbero accorse per la sub-asta e per la perizia erano a carico dell’appaltatore
  8. Le opere da costruirsi s’intendono sotto la garanzia dell’appaltatore.

Firmato dal Sindaco Giovanni Radice e dai decurioni Pasquale Sanza, Domenico Finamore (agrimensore), Bruno Colamino, Gabriele Senez, Michele de Stefano, Gaetano Romano, Antonio d’Alliegro, Arcangelo Baratta, Michelino D’Amato, Raffaele Restarulo, Carlo Sollazzi, Leonardo Di Stasio ed il notaio Giovan Battista Camera.

Il verbale di perizia redatto dell’agrimensore Domenico Finamore (che fu anche scelto come membro della deputazione di vigilanza dei lavori) fu discusso il 28 ottobre 1839 e prevedeva di stanziare la cifra di 61 ducati  e 25 grana, che il Decurionato approvò. Circa un mese dopo gli amministratori aggiunsero altre clausole al contratto da stipulare con l’ appaltatore e, dopo aver leggermente modificato le otto clausole stabilite precedentemente, dichiararono che:

  1. Non si ammetterà a licitare chiunque sia, se non accompagnato nella licitazione da un garante notoriamente solvibile e di piena soddisfazione del sindaco e del cassiere comunale.
  2. Deve, tanto l’aggiudicatario che il garante, solidamente obbligarsi con l’arresto personale, ai termini dell’articolo 1932 delle leggi civili, con la rinuncia al beneficio di esecuzione e di ordine, dovendo per effetto della (……?) considerarsi ambo principali obbligati per l’osservanza dei patti e condizioni.

Relativamente alle opere da realizzare, invece, la clausola fu aggiornata con questa dicitura <<si intendevano sotto la garanzia che la legge accorda trattandosi di appalto>> ela durata complessiva dell’appalto doveva essere di 10 anni.

Ma nessuna proposta fu presentata ed il 7 febbraio 1840, dopo l’arrivo di una nuova circolare governativa, fu riconvocato il decurionato per <<stabilire definitivamente, e senza perdita di tempo, un qualunque modo per riuscire nel definitivo completamento del camposanto>>. Nella circolare era stato ben chiarito che Sua Maestà <<voleva che tali opere siano completate>>, come anche il fatto che <<l’Intendente della Provincia aveva inviato molti ordini pressanti>> per autorizzare gli amministratori a procedere speditamente nel realizzare i lavori <<sia in appalto che in economia>>.

Data la pressione delle “autorità superiori” ed il fatto che nessuno si era ancora fatto avanti per assumere l’incarico dei lavori, si decise di non procedere per appalto ma di costruire le strutture in economia, nominando subito dopo i decurioni Pasquale Sanza, Domenico Finamore, Antonio di Giuseppe, Carlo Antonio Sollazzi e l’architetto Michele de Stefano quali membri della “deputazione” che doveva vigilare sulle <<opere che andranno a costruirsi>>. Fu stabilito come giorno di inizio dei lavori l’11 febbraio 1840  insieme al fatto che la deputazione fosse vincolata ogni 15 giorni a relazionare sull’andamento degli stessi.

Ad un anno esatto dalla suggellazione di tutte le “antiche” sepolture che si trovavano nelle chiese e nelle cappelle gentilizie, il cimitero di Padula non era ancora pronto per ospitare le tumulazioni ed il decurionato fu costretto a scegliere un altro luogo per sistemare i morti. In base alle disposizioni date dall’Intendente il 22 gennaio 1840, si doveva <<nominare una chiesa provvisoria per l’interro dei cadaveri, fino a che non si perfezionava il camposanto>>. La decisione, presa all’unanimità da parte del decurionato, ricadde sul Monastero dei Monaci Osservanti dedicato a San Francesco, che si trovava al di fuori dell’abitato e ad una distanza tale <<da non produrre nocimento alcuno con i miasmi che potrebbero esalare>>.

La scelta di proseguire i lavori “in economia” stava dando buoni risultati e gli amministratori erano fiduciosi in un quasi immediato completamento, anche se c’erano stati dei ritardi <<nelle sue fasi materiali e logistiche>>. La questione fu discussa nuovamente nel marzo del 1840, quando arrivò la proposta economica di Michele Scolpino, che era intenzionato ad aggiudicarsi l’appalto. Il Decurionato, dopo aver richiamato gli eventi che avevano portato a realizzare i lavori in economia, rispose che non era opportuno bloccare la costruzione delle opere in atto e che continuare in quel modo, sempre sotto la stretta vigilanza della “deputazione”, avrebbe portato ad <<un risparmio molto al di sotto di quello che un appalto potrebbe offrire>>.Così deliberò che:

  1. L’appalto chiesto da Michele Scolpini era estemporaneo.
  2. I Lavori non potevano altrimenti progredire se non nel modo già incominciato, cioè in economia.
  3. Bisognava eseguire ciò che si era stabilito nel verbale decurionale del 7 febbraio 1840.

Nel settembre del 1840 fu segnalato al Sindaco di Padula che un tratto della strada che dal Torno portava al cimitero era ridotto in cattivo stato. Informato il Sotto Intendente, gli amministratori di Padula furono autorizzati a nominare un perito, a predisporre un capitolo di spesa ed a riparalo. L’agrimensore Gregorio de Vita  si occupò di redigere la perizia, nella quale specificò che la strada veniva percorsa non solo per arrivare al camposanto ma anche come passaggio giornaliero da parte di molti cittadini che andavano a lavorare nelle campagne. Il tratto indicato era oramai impraticabile, tanto che la certezza di una nuova inondazione del torrente Fabbricato ne faceva presagire la completa distruzione <<da qui a pochi giorni>>. Così si decise di ultimare i lavori nel più breve tempo possibile, anche questa volta senza passare per un appalto ma realizzandoli in economia. Fu accettata la perizia dell’agrimensore Gregorio de Vita, che prevedeva una spesa di 116 Ducati a carico del Fondo per le Opere Pubbliche Comunali, ed il Decurionato attribuì la sorveglianza dei lavori ai decurioni Pasquale Sanza e Domenico Finamore e  la verifica finale all’architetto Michele di Stefano.

Nel frattempo, altri 10 ducati furono prelevati dallo stesso fondo per pagare il lavoro fatto dai becchini nel Convento di San Francesco. Il Sindaco, a tal proposito, aveva fatto stilare due perizie, la prima riguardante la spesa resasi necessaria per <<l’ingessatura>> delle sepolture provvisorie (cioè la chiusura delle sepolture con il gesso), l’altra inerente le spese riguardanti <<la ferratura e piombatura>> delle stesse tramite delle <<grappe a piombo>>. Queste spese, unite alle precedenti ed associate al fatto che il Comune lamentava una forte mancanza di introiti, portarono ancora una volta ad un allungamento dei tempi di realizzazione del cimitero ed a non rispettare la data del 1840 stabilita per la fine dei lavori.

Nel mese di marzo del 1841, gli amministratori furono chiamati a validare le perizie dell’architetto Michele di Stefano e dell’agrimensore Gregorio de Vita in relazione ai lavori di completamento mancanti. Sentiti Pasquale Sanza e Carlo Antonio Sollazzi, <<che avevano vigilato sulla costruzione dell’opera>>, il Decurionato ritenne che la perizia dell’agrimensore era <<mancante di varie cose>> e che <<nell’esecuzione dell’opera non hanno potuto ottenersi>>. Così, all’unanimità, approvò la spesa di Ducati 416 riportata nella perizia stilata dell’architetto Michele di Stefano, con l’aggiunta di <<un’indennità dovuta al Perito in altri 9 Ducati, tanto per le opere contenute nel primo progetto che in quelle supplementari e fuori perizia>>. A Gregorio de Vita, invece, pochi giorni dopo toccò l’incarico di trovare un luogo <<d’appresso al Camposanto> per l’inumazione dei cadaveri <<trasportati senza le acque della rigenerazione e quelle di diversa religione, ovvero gli impenitenti>>

. I lavori del Camposanto Sconsacrato terminarono nell’ aprile del 1841 ed a suggellarli furono i DecurioniLuigi Romano, Vincenzo Tepedino, Vincenzo Santomauro e Domenico La Galla, con la supervisione di Michele Scolpino in qualità di <<fabbricatore>> e Francesco Saverio Arato come <<mastro muratore>>.

In questo cimitero sconsacrato nel 1864 fu seppellito il capo-brigante Angelantonio Masino e dieci anni dopo anche il famigerato Giuseppe Padovano, detto Cappuccino.

            Nel mese di aprile 1841 i lavori del Camposanto erano in fase conclusiva, tanto che il “Cantore” di Padula, Don Michele Sanza, richiese al Decurionato di poter edificare all’interno del perimetro un <<Sepolcro per uso particolare di famiglia>>. Anche questa volta fu l’agrimensore Gregorio de Vita ad occuparsi della perizia, nella quale riporto’ che il Sepolcro rispondeva agli obblighi previsti dalle leggi sanitarie sull’inumazione. Pertanto, gli amministratori acconsentirono a far costruire la cappella della famiglia Sanza, approvando la perizia anche in base <<alla liquidazione dei danni ed interessi che riguardavano la servitù di passaggio ed altro>>, che ammontavano a 3 ducati da corrispondere al Comune.

Probabilmente quella dei Sanza fu tra le prime cappelle appartenenti a famiglie nobili e benestanti ad essere costruita nel cimitero, segno che oramai l’impianto generale dell’opera progettata nel 1817 stava arrivando alla sua realizzazione. Negli anni successivi furono edificate molte altre cappelle all’interno del perimetro del cimitero, mentre la gente comune fu sepolta nei prati antistanti con l’indicazione di una semplice croce.

Fonti utilizzate: Delibere decurionali del Comune di Padula dal 1815 al 1840.

Per un’ulteriore approfondimento sui materiali utilizzati o per reperire altre informazioni sui personaggi citati nella storia raccontata, contattare l’autore al seguente indirizzo email: storiapadula@gmail.com

Cimitero

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